Lingue Classiche e AI: un binomio possibile?

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C’è un passo del Fedro di Platone che chi si occupa di tecnologia dovrebbe rileggere ogni tanto. Il re egizio Thamus rimprovera il dio Theuth, inventore della scrittura: questa nuova arte, dice, non renderà gli uomini più sapienti, ma solo più smemorati, perché affideranno ai segni ciò che prima custodivano dentro di sé. Aveva ragione? In parte sì. Eppure, senza quella “pericolosa” invenzione, oggi non avremmo né il Fedro né Thamus. La tecnologia che sembrava minacciare la memoria è la sola ragione per cui quella memoria è arrivata fino a noi.

Ogni volta che una tecnologia nuova bussa alla porta delle discipline umanistiche, la scena si ripete identica: da una parte gli entusiasti che promettono rivoluzioni, dall’altra i custodi che gridano alla profanazione. È successo con la scrittura, con la stampa, con il dizionario digitale. Ora tocca all’intelligenza artificiale, e la domanda è la solita: le lingue classiche devono temerla o possono farne un’alleata?

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