Dioniso e Cesare: chi ha rapito chi?

Attraverso un particolare episodio vediamo come il fraintendimento del rapitore possa far capire molte cose su chi viene rapito, in questo caso l’assoluta prontezza di Giulio Cesare e tutto il mistero di un dio enigmatico.

Dioniso/Bacco, illustrato da Giovanna Marsilio per GrecoLatinoVivo
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Che cos’hanno in comune Giulio Cesare e Dioniso? Non è una domanda consueta, ma può essere utile farla e farsela, perché queste due figure così diverse condividono un’esperienza che, nell’antichità, non era così inusuale come potremmo pensare. Sia Cesare che Dioniso, infatti, sono stati rapiti dai pirati.

Il fatto che la biografia di Giulio Cesare e la mitologia dionisiaca accolgano un episodio simile non deve spingerci sulle ali della fantasia, ma è comunque interessante confrontare questi due episodi perché attraverso questo strano accostamento possiamo capire alcuni dati fondamentali su Dioniso, oltre che sulla biografia di Cesare.

L’idea che tutti noi abbiamo di Cesare è indubbiamente condizionata dal mito su di lui, un mito che nacque non appena quelle ventitré coltellate lo fecero cadere nella curia: quando Virgilio comporrà la descrizione dello scudo di Enea, una delle tante profezie post eventum che costellano l’Eneide, al momento dell’entrata in scena di Ottaviano ci terrà a specificare che sulla sua testa brilla «l’astro del padre», il sidus Iulium, presagio di vittoria che facilmente possiamo ricondurre a quella divinizzazione che a due anni dalla morte condusse Cesare nel novero degli dèi.

Io lo dico chiaramente: non mi sognerei mai di rapire Giulio Cesare, neanche se fosse lui a pagarmi per farlo. Ma il punto è proprio questo: i pirati non rapirono ‘il nostro Cesare’ ma quello che a ben vedere sembrava essere soltanto il rampollo di una ricca famiglia aristocratica, che per giunta stava andando a studiare filosofia a Rodi. Aveva già avuto degli incarichi militari, ma era comunque un ventottenne che si stava recando a Rodi per amore della filosofia.

Quello che sembra un sequestro come un altro, però, fin da subito pare non esserlo: non solo perché il prigioniero ride in faccia ai suoi carcerieri che gli chiedono venti talenti di riscatto – e non si limita a questo, gliene offre cinquanta e manda alcuni del suo seguito a raccogliere le risorse necessarie; mentre è ancora prigioniero, nelle parole di Plutarco (Vita di Cesare, II, 3), si comporta con i sequestratori «non come uno tenuto in ostaggio ma come uno che abbia una guardia del corpo». Ma non solo, durante la prigionia ride e scherza coi suoi aguzzini, compone poesie. Ma al pagamento del riscatto, Cesare mantiene una di quelle promesse che sembravano fatte per scherzo: appena liberato parte da Mileto con delle navi e li cattura quasi tutti facendo bottino e, visto che il governatore d’Asia pare più interessato all’oro dei pirati che a fare giustizia, il ‘rapollo’ fa crocifiggere tutti i suoi aguzzini.

I pirati dunque, attratti dalla promessa di un riscatto ‘milionario’, non si sono resi conto che l’atteggiamento scanzonato e tutto sommato tranquillo del loro prigioniero era un segnale da non sottovalutare.

Anche i pirati che rapiscono Dioniso, mutatis mutandis, fanno proprio lo stesso errore, come possiamo leggere in uno degli Inni omerici (VII) a lui dedicato. I pirati notano questo bellissimo giovane tutto solo e dopo qualche cenno d’intesa lo prendono con la forza lo portano sulla loro nave. Ovviamente è un ostaggio ma succede qualcosa di strano:

a loro sembrava figlio di re nutriti da Zeus
e volevano legarlo con catene indissolubili:
ma le catene non potevano tenerlo, ma i legacci cadevano lontano
dalle mani e dai piedi: lui, sorridendo, stava a sedere,
con lo sguardo cupo.

(Inno omerico VII, vv. 11-15)

Questo evento non turba nessuno della ciurma, solo il vecchio timoniere, che pensa si tratti di un dio, a cui in malo modo risponde il comandante della nave, già immaginando di portare lontano il giovane, dove per riaverlo gli amici e i parenti verseranno oro su oro.

Ovviamente le cose non vanno così: ben presto la nave si riempie di vino e il legno diventa tralci di vite, edera. Non appena viene chiesto al timoniere di fare rotta verso terra, quel giovane mansueto diventa un leone e si avventa sul comandante della nave. Il resto della ciurma scappa, impaurito, e uno ad uno diventano delfini. L’unico ad essere risparmiato è il vecchio timoniere, a cui il giovane rivela la propria identità.

La cosa particolare è proprio questa, il timoniere ha pensato che si trattasse di Zeus, Apollo o Poseidone. Ma era Dioniso, che alla fine dell’inno è costretto a ‘tirare fuori la carta d’identità’:

«Fatti coraggio, nobile vecchio, caro al mio cuore
io sono Dioniso altitonante, che generò la madre
Selene, figlia di Cadmo, dopo essersi unita in amore con Zeus.»

(Inno omerico VII, vv. 55-59)

Ed è proprio questa la caratteristica più affascinante di questo dio: non viene riconosciuto immediatamente. La stessa cosa, con conseguenze tragiche, accade nelle Baccanti di Euripide, ed è interessante come nel mito Dioniso sia sempre il dio ‘straniero’, nonostante non sia una divinità ‘importata’ – il suo nome è testimoniato addirittura nelle tavolette micenee. E un altro elemento che dobbiamo considerare è il fatto che non è soltanto il dio del vino: è il dio che scioglie le catene, il dio che non può essere fatto prigioniero e il dio che provoca in sé stesso e nel mondo circostante la metamorfosi. Quindi Dioniso non è solo il dio da ringraziare quando si alza il calice, è quel dio che fa rigonfiare di vita il legno morto di una nave di pirati.

Autore
Giulio Bianchi
CNSC GrecoLatinoVivo

Illustratrice
Giovanna Marsilio

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