Tra vita e storia: l’otium di Sallustio

È estremamente facile giungere a conclusioni affrettate, specialmente quando si percepisce la nota stonata prodotta dalla frizione di una condotta opaca e una predicazione solerte. 

La definizione di moralista calza a pennello per una figura come quella di Sallustio. Quelle storture, giustamente spesso ravvisate, tra la vita pubblica e le massime dell’opera storica non devono però condurre a un giudizio affrettato: si potrà dire a ragione che Sallustio ‘predica bene e razzola male’, ma il valore della sua riflessione sulla storia è innegabile, come del resto lo è anche il pregio della sua prosa e la sua influenza sulla storiografia, specialmente romana. 

Si sa che l’otium di Sallustio non fu una scelta di vita – come lo fu, ad esempio, per Catullo – né un’attività complementare a quella politica – come invece avviene con Cicerone: il suo fu un otium forzato, imposto in seguito alle accuse di malversazione dovute alla sua condotta come governatore della provincia dell’Africa nova – creata in seguito alla vittoria del bellum Iughurtinum.

Grazie all’ombra di Cesare, fu costretto a sopportare l’esilio dalla vita politica nella sua famosa villa cittadina – destinata poi a entrare nelle proprietà imperiali. Certo, poteva andargli peggio. 
Tra i personaggi legati alla temperie culturale dell’età cesariana, è uno dei pochi a sopravvivere al dictator: morirà cinquantenne intorno al 36 a.C. 

• La storia come otium supremo

Perché la storia e non la poesia o la filosofia? Semplicemente perché alla storia Sallustio riconosce una funzione specifica e inderogabile, che è quasi capace di rimpiazzare il diretto coinvolgimento nelle questioni dello Stato – il supremo negotium per il cittadino romano di elevata classe sociale. È nel “quasi” che possiamo percepire la tensione intellettuale di Sallustio. 

L’otium nella mentalità romana dell’epoca non ha una dignità autonoma: è il giusto e necessario contrappeso per il pesante negotium che incombe su tutti i membri della classe dirigente, cioè garantire la prosperità della res publica. Come molte altre discipline, quando distaccata dall’esercizio dell’attività politica, anche l’esercizio della ricerca storica può trasformarsi in un motivo di biasimo, quindi Sallustio difende la sua scelta:

Pulchrum est bene facere rei publicae, etiam bene dicere haud absurdum est; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui fecere et qui facta aliorum scripsere, multi laudantur. ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom videtur res gestas scribere. (Cat. III,1)
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È nobile fare del bene allo Stato, ma anche parlarne bene non è inopportuno; è permesso diventare illustre in pace come in guerra; sia chi le ha compiute che chi ne ha scritto viene lodato da molti. E a me, nonostante una nient’affatto uguale gloria accompagni lo scrittore e l’autore delle imprese, tuttavia mi sembra che mettere per iscritto i fatti debba collocarsi tra le prime delle cose difficili.


Senza quindi nulla togliere alla dignità dell’attività politica, dedicarsi a alla ricerca storica procura la lode di molti e non è di per sé un fatto absurdum. Non poter agire direttamente, dunque, vuoi per colpa propria – come è il caso di Sallustio – vuoi per incapacità momentanea non è dunque motivo di vergogna: è perfettamente lecito riflettere sul passato – un passato estremamente recente, se si pensa che la congiura di Catilina è avvenuta circa una ventina d’anni prima della pubblicazione dell’opera. E Sallustio non si limita a nascondersi dietro queste considerazioni generiche, arriva addirittura a parlare della sua esperienza personale: entrato in politica a causa delle ambizioni tipiche dell’inbecilla aetas (Cat. III 2) – e non c’è bisogno, crediamo, di spiegare quale essa sia – Sallustio si trova in un contesto in cui dominano solo disvalori: regna la corruzione, la cieca ambizione. Sembra non esserci spazio alcuno per l’esercizio di quella virtus che clara aeternaque habetur (Sall. Cat. I 1).

• La storia come ritorno alle origini

La decisione di dedicarsi alla storia è una sorta di ritorno alle origini, allo studium – che in latino non è solo star chini sui libri ma è ciò che fa battere il cuore. La mala ambiito l’ha distratto conducendolo alla politica e all’errore, ma il tempo che gli resta decide di dedicarlo alla storia, una volta liberatosi – proprio in ragione del suo allontanamento – dalle aspettative e dalle costrizioni che la vita politica porta con sé:

sed a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis quod mihi a spe metu partibus rei publicae animus liber erat. (Cat. IV 2)
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Ma dal proposito e dalla passione che la funesta ambizione mi aveva tenuto lontano, ritornato proprio a quell’attività, ho deciso di descrivere per per parti la storia del popolo romano, secondo che mi sembravano degne di memoria, tanto più che il mio animo era libero dalle aspettative, dal timore, dalle consorterie dello stato.


Non si tratta ora di stare a giudicare o meno l’imparzialità dello storico – che del resto fu benevolo con Cesare e ne occultò il coinvolgimento nella congiura di Catilina – ma il tentativo di dare autonoma dignità a qualcosa che spesso era considerato il complemento a una vita d’imprese e che oggi viene considerata da molti una materia inutile. La storia potrà essere inutile, ma la riflessione a cui essa conduce e le considerazioni che essa può mettere in moto possono essere d’aiuto, anche – e soprattutto – quando l’oggi delude: nel caso di Sallustio èproprio la disillusione a innescare il desiderio dell’indagine e non a caso si dice libero da ogni aspettativa nei confronti della politica. Nell’incapacità di agire, dunque, la riflessione rappresenta un porto sicuro.

Giulio Bianchi
Centro Nazionale di Studi Classici GrecoLatinoVivo, Firenze


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