La nascita della glaucopide

Con questo articolo di una nuova serie sul mondo classico si segna il primo passo della collaborazione tra il Centro Nazionale di Studi Classici GrecoLatinoVivo e l’artista Giovanna Marsilio, illustratrice di fama nazionale, che curerà in esclusiva i disegni dei nostri articoli.


Il mondo degli dei non ha bisogno della fisicità per generare e dare la vita, a maggior ragione quando si parla di Zeus. 

Atena Glaucopide, illustrazione di Giovanna Marsilio.
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Delle tante nascite miracolose, quella di Atena ha avuto un’eco tutta particolare: la dea, protettrice di Atene, non solo nasce dalla testa del padre, ma addirittura si presenta al cospetto di tutti gli altri dèi già armata, come si racconta nell’inno XVIII degli Inni omerici (vv. 4-10):

Tritogenia, che Zeus sapientissimo generò in persona 

dalla sua nobile testa, adorna di un’armatura 

d’oro, tutta splendente: sacro timore, appena la videro, tutti 

prese gli immortali: davanti a Zeus egioco, balzò dal capo immortale,

scuotendo un giavellotto acuto: il grande Olimpo vibrava 

terribilmente sotto la forza della dea glaucopide. 

Ed ecco dunque che la dea, già armata, si mostra già adulta in tutta la sua forza al cospetto di un Olimpo che vibra del suo potere.
La natura, di fronte al manifestarsi del divino, reagisce di solito con il silenzio o con il timore, come possiamo vedere nel prosieguo dell’inno stesso ma anche nella nota testimonianza di Pindaro (Olimpiche VII 36-38) in cui si legge che Atena sarebbe nata grazie alla scure di Efesto che, abbattutasi sulla testa di Zeus, non gli avrebbe dato la morte ma generato una nuova vita, che subito alàlaxen, intona un grido di guerra. Di fronte al prodigio, infatti, racconta Pindaro (v. 37):

il Cielo e la madre Terra rabbrividiscono. 

Alla manifestazione di quello che i Romani chiamano numen, corrisponde una reazione nella natura, a cui gli dèi sono strettamente legati. A dimostrazione di ciò, per quanto riguarda Atena, possiamo citare il famoso epiteto, cioè glaucòpis, che viene variamente interpretato.
Lo si trova fin in Omero e lo si riconduce, per confronto con il bōpis di Era, a una connotazione degli occhi della dea: ‘occhi di una civetta’, quindi molto chiari. Al di là di quelle che possono essere le interpretazioni, possiamo vedere in questi epiteti un residuo del teriomorfismo degli dei, cioè la tendenza a indentificare gli dei nella forma di animali. Il teriomorfismo ha preceduto la fase a noi maggiormente nota, quella dell’antropomorfismo: per quanto scontato, gli dei greci sono a immagine e somiglianza degli uomini – tant’è vero che ne riprendono anche i difetti peggiori e come uomini, a volte anche peggio, si comportano nel mito – ma la presenza di animali a loro associati, come la civetta per Atena o l’aquila per Zeus, ci fa immaginare una fase precedente in cui si veneravano divinità che avevano l’aspetto e le caratteristiche di animali particolari e che può forse aiutarci a comprendere quanto fosse stretto il legame tra i fenomeni naturali e i fenomeni divini, tra il mistero della natura e lo stupore del miracolo

Atena, mente del Dio

Ma chi è Atena? È la figlia di Zeus, certo, dea della guerra ‘giusta’ e dell’intelletto, ma di quali forze rappresenta l’incarnazione ideale? A questa domanda tenta di rispondere Socrate nel Cratilo di Platone (406d-407c), in cui il nome della dea è inserito in una galleria di etimologie allegoriche di nomi, tra cui nomi divini. Quello di Atena – e se a dirlo è Socrate non possiamo che concordare – viene definito embrithèsteron, cioè ‘parecchio difficile’ – caso più unico che raro di spiegare l’uso del comparativo assoluto. 

Sembra infatti che già gli antichi valutassero Atena nello stesso modo in cui oggi gli esperti di Omero. E infatti i più tra questi che studiano il poeta affermano che egli volle esprimere in Atena il nous (mente) e la dianoia (intelligenza) e sembra che colui che concepì i nomi abbia pensato più o meno la stessa cosa riguardo lei, anzi chiamandola anche meglio theou noesis (mente del dio) dice che lei è a theonoà (la divina intelligenza) […]. Ma è anche possibile che egli volesse chiamarla Theonoe proprio perché è lei che, meglio degli altri, pensa cose divine. Nulla vieta che la potrebbe aver chiamata Ethonoe come se fosse en tōi ēthei noesis (il pensiero nella natura). La chiamarono poi – o lo stesso o qualcuno dopo di lui – Atena per abbellirne il nome, come credevano.

Nella spiegazione del nome della dea, possiamo cogliere così l’elemento fondante della sua caratterizzazione: ella rappresenta infatti la nòēsis, la suprema forma dell’intelligenza divina, sia che essa sia riferita al mondo divino che a quello naturale.

Articolo
Giulio Bianchi
CNSC GrecoLatinoVivo


Illustratrice
Giovanna Marsilio

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