Bella e dannata: lo sguardo di Medusa

Nel mito Medusa non era inizialmente donna divina e terribile, ma nata bellissima è vittima dello strupro di Posidone, e di una mentalità che, allora come oggi, trasforma troppo spesso le vittime in mostri.


Rassegnazione, tristezza, rimpianto. Sono queste alcune delle sensazioni che accompagnano gli esuli di ogni tempo. A farcelo capire, tra i tanti, c’è anche Ovidio, il tenerorum lusor amorum (Tristia, IV, 10) che si trovò escluso, lontano da quella città di cui aveva saputo cantare fasti, costumi e virtù. 

Medusa, illustrazione di Giovanna Marsilio.
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Una vicenda umana, quella di Ovidio, di cui conosciamo soprattutto i risvolti personali, grazie alle numerose poesie che egli dedicò agli anni dell’esilio. Tra i tanti esempi che potremmo citare, è significativa una metafora che il poeta impiega per descrivere la propria condizione:

Io sono quello che non sarà accolto da nessun albero,
Io sono quello che invano di pietra vorrebbe diventare. 
Venisse Medusa in persona incontro ai miei occhi,
perderebbe addirittura Medusa i suoi poteri

Son vivo per non restare mai senza amarezza 
e la mia pena, per la sua durata indefinita, diventa sempre più grave.
(Epistulae ex Ponto I, 2, vv. 33-38)

Neanche Medusa potrebbe mutare Ovidio in pietra, renderlo una delle tante metamorfosi che proprio lui ha raccontato. 

È triste Ovidio e Medusa ha molto a che fare con la tristezza, del resto Esiodo la caratterizza da subito come «colei che ha patito cose miserevoli», addirittura prima di differenziarla dalle altre Gorgoni, sue sorelle, Stenne e Euriale – è lei, come tutti possiamo facilmente capire, l’unica mortale delle tre

Accenna Esiodo all’attrazione che per lei provò Poseidone, definito, con un suo epiteto omerico, ‘azzurrochiomato’ (Kuanochàites), come le onde del suo mare – chiudendo la scena con un’immagine idilliaca, quella di un amore che sboccia «su un soffice prato e sui fiori primaverili» e che però, tragicamente, dà i suoi frutti solo quando Perseo mozza la testa del mostro.
Εsiodo non lo dice, ma Medusa è un mostro, no?

Il suo sguardo pietrifica, i capelli un nido di serpi. Addirittura Odisseo teme che Persefone gli spedisca, durante la sua visita nell’Ade, la testa della Gorgone, del mostro terribile, del deinoio pelòrou (Odissea XI, 633-635).

Quindi Medusa è un mostro. Nelle sue vene scorre sangue divino, ma è un mostro terribile. Tanto orrendo e tanto terribile che un altro grandissimo poeta, il giovane Lucano, nella sua meravigliosa Pharsalia, descriverà minuziosamente cosa abbia prodotto il sangue che sgocciolava copioso dal trofeo di Perseo in IX, vv. 619-733. Ma questa fabula pro vera è l’unica spiegazione al prolificare di serpenti nel deserto della Libia:

Tuttavia quella sterile terra e gli infecondi
campi il veleno dal marciume della stillante Medusa
campi il veleno dal marciume della stillante Medusa
accolgono, e anche le gocce scure di quel sangue belluino,
che il calore alimentò e fece cuocere sulla sabbia guasta.
Da questa fermentazione nascono i serpenti. Un mostro che ne genera altri.
(XI, vv. 696-699)

Perseo è dunque un eroe che libera il mondo: per sbaglio, e solo per sbaglio, nascono le serpi, come ci fa capire Lucano ma anche Ovidio nelle Metamorfosi, IV, 614-620. 

Medusa, però, è nata mostro?
La risposta è no. Lo racconta Ovidio, concludendo il suo IV libro delle Metamorfosi:

D’aspetto fu bellissima e anche desiderio ricolmo di gelosia per molti pretendenti,
ma nessuna parte di lei fu più degna di sguardi dei capelli;
ho trovato chi dice d’averli visti. 
Che il signore del mare l’abbia stuprata nel tempio di Minerva
si racconta: si voltò e, con l’egida, il volto immacolato
la figlia di Giove nascose, e perché ciò non passasse impunemente,
la chioma della Gorgone tramutò in abietti serpenti.
E ancora oggi, per atterrire con sacro terrore i nemici,
tiene sullo scudo le serpi a cui diede la vita.
(vv. 795-803)

Ed ecco dunque che il terribile mostro si rivela, come Ovidio, vittima di una volontà che non ha saputo piegare – e soprattutto di una mentalità che trasforma troppo spesso le vittime in mostri.

Autore
Giulio Bianchi
CNSC GrecoLatinoVivo

Illustratrice
Giovanna Marsilio

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