Afrodite: la ferita di colei che tutti vince

In quest’articolo cerchiamo di descrivere la dea dell’amore attraverso un concetto che non siamo portati ad associare alla divinità, quello di ferita. Perché non siamo vinti o feriti solo dai colpi di spada.


Afrodite, illustrazione di Giovanna Marsilio.
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Dov’è che si può incontrare un dio? Per gli antichi il confine tra umano e divino era davvero sottile: la dimora degli dei era il monte Olimpo, ed Esiodo1 afferma di essere stato investito poeta dalle Muse mente portava le pecore al pascolo sull’Elicona.

Il mito ci parla ancora. E parla a tutti, anche se sono pochi quelli che credono ancora negli dei dell’Olimpo. Ciò è reso possibile dall’estrema umanità degli deio dalla loro estrema umanizzazione, e questo dipende dai punti di vista2.

Prendiamo Afrodite, la dea dell’amore.
La vincitrice del pomo della discordia, schierata per ovvie ragioni dalla parte dei Troiani. Ecco, tutto ci aspetteremmo tranne che calcasse i campi di battaglia. Eppure entra in azione nel quinto libro dell’Iliade: viene ferita da Diomede, mentre salva l’amato Enea. Certo sono ben altri i contesti in cui ella si mostra nel pieno della sua potenza, eppure non esita a tirare fuori il figlio dalla mischia, finendo ferita, ma non domata. Le parole di Diomede suonano quasi blasfeme – lui minacciava Enea, lui già ha ucciso il valoroso Pallante, compagno d’Enea, ed è lui a far sgorgare il sangue (che in greco è ichòr, non comune aima, come quello che ci scorre nelle vene) dal candido braccio della dea.

Ritirati, figlia di Zeus, dalla guerra e dal massacro:
o non ti basta più sedurre donne senza forza?
Se in guerra ti aggirerai, prevedo
che ti inorridirà la guerra, per quanto da lontano tu la venga a conoscere.

(Omero, Iliade, V, 348-351)

E a Diomede non si può dar torto, visto che poi Venere dovrà medicarsi sull’Olimpo e lasciare il figlio ad Apollo.3

Quel figlio a Venere è tanto più caro quanto il frutto di un amore particolare, quello per un uomo qualunque, Anchise, che era un pastore come tanti. Nel quinto degli Inni omerici leggiamo che fu Zeus a decidere che anche lei scontasse quelle pene che di solito infliggeva agli altri dei, facendola innamorare di un mortale4.

Il rapporto tra Venere e la guerra viene descritto mirabilmente da un poeta latino, Lucrezio, nel famoso “inno a Venere” che apre il primo libro del De rerum natura. Il poeta si lascia andare a una preghiera con cui chiede alla dea di far cessare le guerre che dilaniano il mondo, perché è lei la sola per cui «per miracolo tace la guerra».

Infatti tu sola puoi giovare con una pace serena
ai mortali, poiché Marte i doveri terribili della guerra,
potente nelle armi, governa, proprio lui che spesso nel tuo grembo
si rifugia, vinto dall’eterna ferita dell’amore.

(Lucrezio, De rerum natura, I, 31-34)

Il potere della seduzione sarà sfruttato dalla dea anche quando dovrà nuovamente aiutare il figlio Enea, finalmente nel Lazio, dove lo attende la guerra definitiva, quella che darà a lui e agli altri esuli troiani una nuova patria.

Allora la dea si rivolge al marito, a Vulcano, che alla sua richiesta non solo acconsente ma addirittura interrompe la forgiatura delle saette di Zeus perché «vinto dall’amore eterno»5.

Le guerre e le battaglie possono essere vinte e perse, ma se c’è una dea che infligge una ferita che non può sanarsi con bende o punti è proprio Venere: il suo carro non sarà trainato da possenti cavalli ma da passerotti6 eppure al suo passaggio tutto freme, perché anche dove c’è la guerra e la devastazione, è forse l’unica in grado di promettere quella rinascita e quel rinnovamento portati dai venti della primavera e dalle febbri degli amori.

Autore
Giulio Bianchi
CNSC GrecoLatinoVivo

Illustratrice
Giovanna Marsilio

  1. Esiodo, Teogonia, vv. 1-115.
  2. Si veda, a questo proposito, l’illustre frammento di Senofane (fr. 15, apud Clemente Alessandrino, Stromata, V, 10) in cui si dice che se sapessero immaginarseli anche i buoi farebbero gli dei con le corna come gli uomini li rappresentano umanissimi.
  3. Possiamo vedere nel dettaglio la fuga di Venere in Omero, Iliade, V, 352 sgg, mentre è bello vedere come Enea passi alla tutela di Apollo, appena è stata ferita, ibidem 343-344. Le parole di Diomede vengono anche ripetute da Zeus, ibidem 428-430.
  4. Inni omerici, V, vv. 45-57.
  5. Virgilio (Eneide, VIII, 369-453) racconta con dovizia di particolari il dialogo tra la dea e lo sposo, descrivendo anche la straordinaria fucina e le sue maestranze assolutamente particolari.
  6. Questa splendida immagine la troviamo in Saffo, fr. 1 V. apud Dionigi di Alicarnasso, Sulla disposizione delle parole, 173–179.

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