Arianna: il filo dell’abbandono

Abbandonata da Teseo, Arianna viene ascoltata dagli dei, e di un dio diventa la sposa. A raccontare quest’episodio noto del mito si cimentò anche Catullo che, nel suo famoso epillio, intreccia sapientemente la storia di un abbandono con la storia di un amore felice, quello di Peleo e Teti.


Arianna, illustrazione di Giovanna Marsilio.
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La splendida isola di Nasso è una delle gemme che compongono le Cicladi. Ma a renderla famosa non è stato soltanto il lucore delle acque dell’Egeo o il candore dei suoi bianchissimi edifici. Fu infatti su quella grande isola che Teseo piantò in asso 1 Arianna.
Quale occasione più ghiotta per un poeta? Ci sono tutti gli ingredienti per ricamare una bella poesia: c’è il sentimento, l’abbandono, il tradimento. Non è un caso se Catullo ha fatto un ritratto di Arianna abbandonata destinato a fare scuola tra i poeti latini.

UN DISTILLATO DEL MITO

Il carmen LXIV fa parte dei cosiddetti carmina docta, cioè quegli otto componimenti (LXI-LXVIII) che, nella grande varietà tematica propria della produzione di Catullo, sono più vicini e riconducibili a una poesia ‘alta’, culturalmente ‘impegnata’. E infatti, nel nostro caso, siamo di fonte a un epillio, un genere poetico nuovo, che nasce dall’incontro tra la grande tradizione epica e i dettami della poetica callimachea: l’epillio è, letteralmente, un ‘piccolo epos, cioè un poemetto di argomento epico.

A noi i 408 esametri del carme possono sembrare tanti, ma si tratta di una misura tutto sommato modesta, se pensiamo che i canti dell’Iliade e dell’Odissea contano spesso più del doppio di versi.
Questa operazione di ragioneria ci serve per capire che l’obiettivo del poeta non è soltanto raccontare un mito, ma distillarlo.

E quindi Catullo comincia il suo poemetto con Arianna, sola sulla spiaggia… No, nient’affatto. Si parla di nozze, le nozze forse più famose dell’antichità: Peleo e Teti si sposano. È un matrimonio felice, non solo un amore ricambiato ma una lecita unione benedetta da Giove.

Tutta la Tessaglia accorre a celebrare il matrimonio, tanto che campi e città si svuotano, mentre la splendida reggia, adorna di meraviglie, partecipa alle gioie dei presenti.

C’è anche, nel mezzo della sala, lo splendido letto nuziale di Teti, coperto da una splendida porpora che a sua volta raffigura ben altre vicende, cioè quelle di Arianna e Teseo.

E infatti, con lo sguardo rivolto dal lito di Dia che dell’onde risuona
scorge Teseo, che s’allontana con la flotta veloce,
Arianna, che cerca domare indomite passioni:
e ancora non crede alle cose che vide
perché, destatasi in quel momento dal sonno ingannatore,
si ritrova, infelice, abbandonata su una spiaggia deserta.
Il giovane in fuga, ingrato, scaccia le onde coi remi,
abbandonando le vane promesse in una tempesta ventosa.

(Catullo, Carmina, LXIV vv. 52-59)

È come se la veste preziosa stesa sul talamo facesse da contraltare a quell’amore felice di cui quel letto rappresenta il coronamento, alla gioia di Peleo e Teti corrisponde l’ingratitudine di Teseo e il dolore di Arianna che nel tempo di una notte ha perso non solo l’amore, ma si trova sola, davvero sola: ha lasciato la famiglia per Teseo, ha fatto in modo che egli uccidesse suo fratello, il Minotauro, che uscisse dal labirinto e salvasse la gioventù ateniese.

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L’escamotage della coperta di porpora serve ad allargare l’orizzonte mitico dell’epillio. La descrizione di un’opera d’arte, o meglio la sua narrazione, prende il nome di èkphrasis e i poeti ne sono ghiotti: si tratta infatti di descrivere un’immagine, qualcosa di statico, ma sovente le immagini diventano ‘in movimento’, si animano cioè di ciò che la raffigurazione lascia magari intendere ma che la poesia può dire e può comunicare, quasi come se il poeta cercasse di superare limiti delle due arti – l’arte figurativa e l’arte poetica – dando una raffigurazione alla prima e una vera e propria animazione alla seconda.

Infatti Arianna parla, dopo la digressione con cui Catullo spiega gli antefatti dell’abbandono, e ripercorre la sua vicenda: Teseo ormai è solo un ingrato, lei l’ha salvato ma adesso si trova lì, su una spiaggia deserta, sola. Non ha grandi speranze, e chiede soltanto che le sia concessa giustizia, che le Eumenidi puniscano il misfatto di Teseo, che si è dimostrato ‘smemorato’. Arianna chiede semplicemente che lo sia un’altra volta.

E allora Teseo, con la mente d’una tenebrosa nebbia
gravata, dalla mente dimentica tutte quante le cose lasciò andare,
che prima con mente salda custodiva,
e al genitore addolorato, innalzando i segnali convenuti,
non mostrò d’esser tornato sano e salvo a vedere il porto di Eretteo.

(Catullo, Carmina, LXIV, vv. 207-211)

Gli dei ripagano con la stessa moneta Teseo che ‘si è dimenticato’ di Arianna facendogli a sua volta dimenticare di issare quelle candide vele che, già da lontano, gli avrebbero fatto intuire la salvezza del figlio.

Nasso però non è soltanto il luogo dell’abbandono, ma anche quello della speranza: irromperà dopo breve tempo Bacco col suo corteo, che di Arianna si innamorerà a tal punto da trasformare la sua corona in una costellazione, come racconta Ovidio nei Fasti (III, vv. 459-516), tramutando in nove astri le gemme della corona – per farsi perdonare il tradimento con una principessa degli Indi, ma tale padre…

Autore
Giulio Bianchi
CNSC GrecoLatinoVivo

Illustratrice
Giovanna Marsilio

  1. Per quanto sia suggestiva, l’ipotesi che il nostro modo di dire “piantare in asso” derivi da “piantare in Nasso” e sia un riferimento diretto al mito di Teseo e Arianna è molto discussa – ma nessuno toglie che si possa continuare a crederlo, in ogni caso l’Accademia della Crusca cerca, come sempre, di fare luce.

Un pensiero su “Arianna: il filo dell’abbandono

  1. Pingback: La memoria di Teseo | GrecoLatinoVivo

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